Il mosaico italiano e il progetto identitario di Sarzana
Il testo sostiene che la crisi della globalizzazione sta riportando al centro i territori e le identità locali. In Italia, paese fondato su un mosaico di città e tradizioni, lo sviluppo passa dalla valorizzazione della storia, della cultura e dei sistemi produttivi locali. La candidatura di Sarzana a Capitale Italiana della Cultura 2028 è proposta come esempio di questo nuovo modello, capace di rigenerare i territori e costruire una nuova narrazione per il futuro del Paese.

Il mosaico italiano e il progetto identitario di Sarzana

di Massimiliano Valerii, Direttore generale del CENSIS e membro del Comitato scientifico della candidatura di Sarzana a Capitale Italiana della Cultura 2028
La geografia ritorna come chiave di volta della storia. Fiumi, vallate e cime montuose,isole grandi e piccole, bracci di mare, linee di costa e istmi naturali. Non parliamo sempre più spesso la lingua della geopolitica, la disciplina più adatta per spiegare i grandi mutamenti in corso nel nostro scorcio di storia?In una duplice accezione. Sia per il valore materiale dei territori, quando si vogliono mettere le mani su un presidio logistico oppure strategico per le sue risorse naturali. Sia per il loro significato immateriale, simbolico: il patrimonio identitario di una comunità.
Non stiamo vivendo solo un’epoca di profondi cambiamenti, come spesso si dice, ma un vorticoso cambio d’epoca. Un salto che ci proietterà direttamente nel nuovo ordine mondiale che si sta disegnando giorno dopo giorno. Serve perciò una nuova narrazione che ci dia un orizzonte di senso per stare al mondo nel nuovo mondo.Si è stemperata infatti la celebrazione apologetica della globalizzazione ‒ il paradigma economico, politico e culturale egemone negli ultimi trent’anni. E colpisce adesso leggere sulle colonne del «Financial Times» ‒ che non è certamente una gazzetta di provincia, bensì l’organo di stampa di riferimento del capitalismo e della finanza occidentali ‒ titoli come questo: «All economics is local». Una rocambolesca inversione di rotta. Se finora i territori erano stati considerati alla stregua di meri trampolini di lancio per agganciare i flussi globali, per integrarsi al meglio nelle catene internazionali del valore e presidiare i mercati esteri, adesso si guardano i luoghi con un’attenzione diversa. Prima i territori erano sacrificabili sull’altare della competizione mondiale, ora si raccomanda di accorciare le filiere e si teorizzano modelli di reshoring, ovvero il rimpatrio delle produzioni.

Anche noi italiani abbiamo capito che quel paradigma, che pretendeva che tutti gli occhi fossero puntati verso l’esterno, aveva nascosto, sotto i successi del nostro export,una grave depressione della domanda interna: pochi consumi sul territorio nazionale, poche risorse da destinare agli investimenti. Ma senza capitale infrastrutturale e culturale, un Paese illanguidisce, non progredisce.
Del resto, non si creda che i «forgotten men» ‒ i perdenti e i dimenticati della globalizzazione‒ abitino soltanto nella provincia rurale americana, nel Midwest deindustrializzato, nella Rust Belt corrosa dalla ruggine. La questione ha implicazioni certamente economiche, ma non solo. In ballo ci sono anche conseguenze sociali e identitarie. Perché sono chiamati in causa non soltanto i primati economici e tecnologici dell’Occidente oggi minacciati, ma anche l’orgoglio ferito, la dignità calpestata, il desiderio di riconoscimento inappagato. Si sbanda, quando si smarrisce ogni raccordo con le radici identitarie che affondano nei luoghi.
Sono considerazioni che valgono ancora di più in un Paese come l’Italia, che ha costruito l’identità nazionale proprio su un variopinto policentrismo territoriale, e non sulla forza esclusiva delle megalopoli. La vitalità e l’intraprendenza delle medie città, ricche di tradizioni stratificate attraverso secoli di storia e indissolubilmente legate alle realtà locali limitrofe, sta lì a dimostrarlo. Tutt’altro che periferia marginale del sistema, da relegare a un quadretto folcloristico, ma il suo cuore pulsante. Lo ha raccontato per sessant’anni il Censis e Giuseppe De Rita ‒ si pensi alla forza dei distretti industriali. E l’anima localistica del nostro Paese faceva dire a Umberto Eco che l’Italia è «un’enciclopedia vivente»: un mosaico di arti e mestieri, dove paesaggio e memoria si intrecciano come in un immenso archivio multimediale. Rileggiamo pure la sentenza di Croce: «Qual è il carattere di un popolo? La sua storia: tutta la sua storia e nient’altro che la sua storia».Pensava proprio a quelle diversità localistiche che, anziché rappresentare fratture, si integrano in una identità collettiva e sono fondative del nostro carattere nazionale.
In Europa si contano tanti casi di rigenerazione di territori penalizzati dagli effetti della globalizzazione: deindustrializzazione, tensioni sociali, emigrazioni,spopolamento. Il declino della regione della Rurh Germania o di Lille in Francia è stato contrastato con la riconversione di ex fabbriche in musei,iniziative creative, festival e turismo culturale. Allariz in Galizia ha puntato sul recupero del patrimonio medievale. Il Wigtown Book Festival in Scozia (20.000 visitatori all’anno) ha preso il posto delle distillerie fallite. E ora da noi la candidatura di Sarzana a Capitale italiana della cultura 2028 riflette esattamente questa visione. Punto di giuntura di una costellazione di centri minori fra Val di Magra, Val di Vara e Golfo dei Poeti, sulla riviera ligure, espressione di un sistema produttivo radicato nel territorio, che fa perno su una laboriosa eticadel fare, sulla vivacità commerciale e di un artigianato di valore, la proposta di Sarzana è in grande sintonia con lo spirito dei tempi proprio per le ragioni dette fin qui. E poiché c’è la necessità di costruire un nuovo paradigma che rimpiazzi quello precedente, ormai in crisi, sostenere il progetto di Sarzana significa scrivere il primo capitolo della nuova narrazione di cui abbiamo bisogno per stare al mondo nel nuovo mondo. Un primo capitolo che potrà essere da esempio per la stesura dei successivi.
Questo testo è apparso sul Sole 24 Ore del 30 gennaio 2026.
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